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28/12/2018

EXEUNTES CONSULES: il racconto di Chiara Cenerini e Francesca Fabbri

di Francesco Spina


Chiara e Francesca, a inizio dicembre avete lasciato il ruolo da coordinatrici di Culturit Bologna. Partiamo dallo Zingarelli, voce ‘coordinare’: “1. disporre insieme vari elementi per raggiungere un determinato scopo”. Qual era il vostro scopo ieri e com’è cambiato col tempo?
C: Guarda, quando Culturit Bologna è nata, pensavamo solo a partire. Partire da chi già c’era: studenti e professionisti. All’inizio coordinare vuol dire questo: pianificare, sì, ma vivendo giorno per giorno le sfide che ti si presentano. Pur sapendo che saremmo state a Bologna almeno per due anni, volevamo una struttura stabile che reggesse per almeno sei mesi, that’s all. Certo, senza la fortuna che abbiamo avuto col team di partenza, non saremmo arrivate fin qui. Ecco, se ci dobbiamo complimentare da sole per qualcosa, aggiungerei alla definizione di coordinare un compito che abbiamo assolto: mettere la persona giusta nel posto giusto, valorizzare tutti.

Non rubatemi le domande. Seconda definizione dello Zingarelli: “collegare due o più elementi che sono in rapporto di reciproca autonomia”. Chi collegare e perché?
F: Da subito abbiamo capito il valore dell’interdisciplinarietà che si coltiva in Culturit. Questo valore lo rispettiamo prima di tutto noi due, studentesse una di Beni culturali e l’altra di Economia per la cultura, ma l’abbiamo anche applicato con le risorse umane che hanno iniziato ad animare la locale.

Disporre e collegare, dunque. Come unire le due definizioni? Un primus inter pares alla Agamennone?
C: Essere coordinatore non è porsi al di sopra degli altri, ma usare buonsenso, franchezza e trasparenza, per il bene della locale. Per noi si è trattato di amalgamare competenze e attitudini diverse, per spronare i membri della locale a lasciare la propria comfort zone e abbracciare l’interdisciplinarietà. Poi, quando crescono le risorse, puoi garantire maggiore professionalità sui progetti: solo allora subentra il disporre le risorse, perché per tutelare il network serve un certo outcome.

Vuoi dire che la struttura cambia quando crescono, diciamo, i numeri del team?
C: Più che i numeri, l’orizzonte. Quando le persone che non conosco mi dicono “Conosco Culturit!” avverto che la direzione verso cui navighiamo è quella giusta: la potenza del passaparola e la riconoscibilità del network.

Momenti in cui avete toccato con mano la percezione di stare andando nella giusta direzione?
F: Abbiamo avuto la fortuna di essere supportati dal Professor Trimarchi. Ci ha insegnato a rapportarci coi clienti, a individuare il nostro bacino di attività come locale. Non è stato solo un aiuto in termini di consigli: era una vera e propria conferma della legittimità dei nostri risultati. Come a dire: se vi si inizia a conoscere, se le cose funzionano, è perché voi le state facendo funzionare.

Come avete preparato la locale all’essere ricettiva ai consigli del Professore e alle sfide proposte?
C: Risorse umane. Lo diciamo sempre, il nostro punto di forza è l’essere attivi. I nostri membri parlano agli altri di Culturit, il moltiplicatore della diffusione è pienamente sfruttato. Mi spiego meglio: Trimarchi ci segnala un bando (Bando U-Lab di coprogettazione del Comune finanziato col progetto ROCK europeo, ndr), lo vinciamo e ci chiamano a partecipare al Bilancio partecipativo per la riqualificazione urbana, il quale a sua volta ci fa conoscere Lepore (assessore alla Cultura di Bologna, ndr). Sono tutte recommendation, sì, ma senza risorse umane che fai?

Credete che il vostro successo sia in parte legato a Bologna, la città in cui operate?
F: Sì, il primo progetto che abbiamo concluso è stato col Mercato Sonato, ex mercato rionale in periferia oggi gestito da un’orchestra under 35, l’Orchestra Senzaspine. È un caso unico in Italia. L’Emilia Romagna è una delle regioni più ricche di associativismo, imprenditorialità, cooperazione. I nostri progetti vanno dall’etichetta discografica Timeshift al Teatro Comunale, al Museo d’Arte Moderna MAMbo. Una sinergia unica.

Sono forse sinergie tipiche anche del nostro periodo storico?
F: Oggi manca l’attivismo di trent’anni fa e Culturit risponde con un be culturattivo. Invece di proporre politiche intese come posizioni partitiche – vissute molto di più in passato – Culturit usa la propria mission per proporre youth policies per il nostro Paese.
C: E infatti, i professionisti con cui entriamo in contatto sottolineano sempre il fatto che siamo innovatori nell’unire tecnici della gestione e addetti alle culture in unico team.

Mi interessa questo punto, volete dire che Culturit Bologna è nata da un bisogno?
F: Sì, in una frase: noi facciamo politiche giovanili. Ci inseriamo in un vuoto con la riconoscibilità di un’idea nuova, senza mai dimenticare i bisogni del territorio.

Consulenza e consules: perché due coordinatori?
C: Persone diverse ma compatibili, che collaborando offrono più punti di vista per analizzare lo stesso problema. E dove finiscono le possibilità di uno iniziano quelle dell’altro, il segreto sta nell’incastrarle. Nella nostra posizione rispetti le idee altrui semplicemente perché sai che gli altri tengono a Culturit come ci tieni tu.

Quindi niente rimpianti?
C: No. “La cultura ha un valore” è il mantra del nostro settore? Se le ormai cinquanta persone che hanno fatto parte di Culturit Bologna hanno scelto di entrarci, stiamo già legittimando quel valore. Serve fortuna, sì, ma quando gli ingranaggi girano, si innesca un circolo virtuoso.

Dove vi immaginate fra 10 anni?
F: Mi interessa provare diverse esperienze lavorative. Voglio poter scegliere tra vari ambiti: ora come ora mi vedo nell’ambito della ricerca, con la mia grande passione che è l’arte cinquecentesca.

Le due anime di un progetto Culturit, e di Culturit in generale, sono ricerca e impresa: Chiara, dammi la soddisfazione di far quadrare il cerchio.
C: Più che impresa, consulenza alle imprese. Vorrei intraprendere la libera professione in quel campo, che mi permetterebbe di stupirmi e di imparare ogni giorno: ho bisogno, insomma, di non annoiarmi. E questo è sicuramente colpa di Culturit: prima facevo solo l’Università; da quando sono diventata coordinatrice di Culturit Bologna ho avuto talmente tanti stimoli che non sono riuscita più ad accontentarmi. In questo senso non so più annoiarmi, sono sempre alla ricerca di nuove sfide.

Una sorta di sehnsucht, modelli virtuosi scorti per un attimo e che si vuole tornare a raggiungere. Culturit curerà questa nostalgia nei prossimi anni offrendo spunti anche agli alumni?
C: Culturit raccoglie menti brillanti capaci di leggere e rispondere alla contemporaneità con l’obiettivo di creare qualcosa. Ci sono persone con la voglia di fare, quindi Culturit rimarrà. Risponderà a bisogni diversi, magari, ma ci sarà. Io stessa nella mia attività futura di consulenza applicherei il modello Culturit: senza averlo vissuto, Francesca e io saremmo persone diverse.

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