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24/05/2019

Fairbnb, un passo innovativo verso il turismo sostenibile

di Erika Novellini


È da un gruppo di giovani accomunati e mossi dai dubbi sulle esternalità negative della sharing economy che nasce Fairbnb, la piattaforma di prenotazione per brevi soggiorni che verrà lanciata a giugno 2019 in cinque città europee. Damiano Avellino, co-fondatore di Fairbnb, ha risposto alle nostre domande spiegandoci l’alternativa utile per un turismo sempre più sostenibile.

Innanzitutto, qual è la natura di Fairbnb?

Fairbnb è una piattaforma per i viaggiatori, per viaggiare in maniera sostenibile. Sostanzialmente permette di affittare stanze e case e cerca di limitare gli effetti negativi creati da altre piattaforme come Airbnb. La forma legale che abbiamo deciso di prendere è quella della piattaforma cooperativa, precisamente siamo una cooperativa startup innovativa e facciamo parte di un movimento che si chiama Platform Cooperativism. Di solito le piattaforme fanno parte della winner-take-all economy, il loro obiettivo è quindi quello di spingere pian piano, aspettare anni per fare utile per poi prendersi tutto il mercato escludendo tutti gli altri competitor. Questo movimento invece vuole coinvolgere gli utenti nella governance e, secondo diverse modalità, nella ownership attraverso la forma della cooperativa. Questo è pensato per evitare l’estrazione eccessiva del valore infatti, per esempio, la nostra piattaforma non può essere venduta e se lo fosse i soldi andrebbero ai fondi mutualistici cooperativi. È un movimento molto interessante, ancora embrionale e Fairbnb è uno dei progetti di punta di questo movimento. Pensiamo che sia un’occasione per l’Italia perché è un progetto di rilievo internazionale e speriamo che si riesca a creare un cluster su questi temi proprio a Bologna, dove mi trovo. Il mondo cooperativo qui è forte, molto concreto, quindi penso sia stata la scelta giusta.

A che punto è ora Fairbnb? E quali sono stati invece i suoi inizi?

La piattaforma verrà lanciata a fine giugno in cinque città europee – Barcellona, Amsterdam, Valencia, Bologna e Venezia – e già da agosto puntiamo ad aprire in cinque paesi aggiungendo Francia e Germania. A metà dicembre vorremmo essere già presenti in tutta Europa e da marzo 2020 penseremo a espanderci a livello globale, prima negli Stati Uniti poi in Brasile e Australia.

Fairbnb nasce da più gruppi diversi, uno a Bologna – di cui faccio parte – uno a Venezia e uno ad Amsterdam. Inizialmente avevamo problematiche locali e quindi intenti diversi, ma tutti eravamo mossi dai dubbi sugli effetti negativi della sharing economy che spesso va a discapito delle comunità locali. Per esempio, inizialmente, a Venezia e Amsterdam era più sentito il problema dell’aumento degli affitti turistici a breve termine che ha portato a un aumento degli affitti residenziali, dei prezzi in generale e quindi turistificazione della città, gentrificazione… A Bologna invece c’è più il problema della crisi abitativa – io stesso, pur lavorando, ci ho messo quattro mesi per trovare casa. Questi sono fenomeni complessi che dipendono naturalmente anche da altri fattori, però l’uso di piattaforme come Airbnb sicuramente non ha aiutato. L’idea iniziale di Airbnb di condividere case o stanze è poi diventata un veicolo di speculazione: ci sono agenzie e host registrati che sono, per esempio, il 10% degli host ma sono proprietari poi del 50% di tutte le case. Ecco, noi vogliamo ripensare alla sharing economy. Le più grandi aziende del mondo ormai sono basate su piattaforme – Uber è una piattaforma, non ha taxi, così come Facebook non produce contenuti e Airbnb non ha le case. Queste aziende sono diventate la struttura portante dell’economia, ma sono piattaforme estrattive, estraggono valore e dati, mentre ora è arrivato il momento di trovare una risposta che permetta di creare prosperità diffusa.

Come potrebbe Fairbnb cambiare l’approccio al turismo rispetto a una piattaforma come, per esempio, Airbnb?

Le persone che ci contattano e si sono registrate hanno una sensibilità diversa nei confronti dell’ambiente e della comunità in cui vivono. Noi offriamo una via alternativa, ma finché coesisteranno le altre piattaforme non si potrà cambiare realmente l’approccio al turismo. Quello che noi cerchiamo di fare è di dialogare con le municipalità per capire come limitare gli eccessi delle vecchie piattaforme: noi forniamo un modello, un’opportunità alle municipalità per fare un percorso con la cittadinanza e cercare di capire quello che può o non può funzionare nelle loro città. Nel lungo termine, vogliamo cercare di appoggiare le amministrazioni affinché mettano le giuste regolamentazioni per evitare crisi abitative o segregazione all’interno delle città. Noi ci poniamo come uno strumento per sperimentare. Non risolviamo, ma offriamo una valida via alternativa.

Che tipo di percorso volete fare con le amministrazioni?

Prima di tutto noi non ci poniamo in contrapposizione con le amministrazioni. Se a Parigi c’è la regola dei 45 giorni, noi non facciamo affittare per più di 45 giorni. Poi, cerchiamo di fare un percorso insieme fissando obiettivi comuni. Per esempio, per noi è importante la condivisione dei dati. Spesso i dati sono trattenuti dalle piattaforme, invece noi vogliamo condividerli perché sono informazioni utili per le municipalità per pianificare più efficacemente i servizi rivolti alle comunità locali.

Passiamo alla piattaforma: come funziona precisamente?

Funziona esattamente come quelle esistenti: posso sia registrarmi come host mettendo la mia casa sulla piattaforma, sia affittare. Il valore aggiunto di Fairbnb è il meccanismo di crowdfunding. Noi abbiamo il 15% di fee di cui il 7.5%, la metà, rimane nell’account del viaggiatore che decide a che progetto destinarlo a livello locale. I progetti sono preselezionati dalle comunità locali. Quindi, un turista che prende in affitto una casa a Bologna e spende 100 euro, avrà a disposizione circa 7 euro sul suo account da poter donare al progetto che preferisce. Questo è il meccanismo di base. In più, abbiamo anche delle policy per fare in modo che gli host siano dei fair-host limitando così la speculazione. La nostra policy prevede che nelle città ci debba essere un host per una sola casa, nelle zone rurali chiaramente è diverso, ma nelle città vogliamo evitare i mega-host. In questo modo cerchiamo di limitare le esternalità negative, ma la user experience è uguale a quella di tutte le altre piattaforme e il tutto è pensato in un’ottica di sostenibilità e distribuzione nel rispetto delle comunità locali. Praticamente il bello è che chi paga, paga lo stesso, chi guadagna, guadagna lo stesso… noi andiamo semplicemente a prendere sulla transazione. Da un modello estrattivo si passa a un modello distributivo, per me è questo l’obiettivo della piattaforma.

In altre città avete già provato a fare esperimenti a livello pratico?

Noi ora siamo in fase di test della piattaforma e preregistrazione. Quando apri una piattaforma devi un po’ risolvere il problema dell’uovo e della gallina: se non hai host, nessuno cerca di affittare tramite la tua piattaforma e se non hai chi affitta, gli host non registrano le case. Per ora puntiamo a non spendere sulla pubblicità, sono i progetti stessi che ci aiuteranno a trovare persone che viaggino con Fairbnb.

Tre parole per descrivere Fairbnb?

Per me Fairbnb ha due anime: è modello innovativo di sharing economy e ventaglio di soluzioni condivise per limitare i danni del turismo sregolato e della speculazione, ma se devo scegliere tre concetti direi sicuramente che Fairbnb è bene comune, turismo sostenibile e strumento per le comunità.

 

Foto: Fairbnb.com, https://fairbnb.coop/it/

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