di Miriam Gangemi


Ormai aperto da ottobre del 2019, il No FIlter Museum di Vienna è un museo pop-up che si allontana dai canoni del museo tradizionale che tutti conosciamo, per avvicinarsi a quella che è la realtà odierna, ovvero la virtualità dei social network. Il museo del selfie, come viene ormai definito dai più, è composto da 24 installazioni interattive che coinvolgono il visitatore a tutto tondo, permettendogli di interagire in prima persona con bolle di sapone, specchi deformanti, pareti colorate e glitterate, oggetti giganti e tutto ciò che la vostra mente si sta immaginando. Un museo molto “instagrammabile”, o almeno così lo definirebbero gli amanti dei social media. I visitatori, infatti, sono portati naturalmente dalla struttura della mostra ad interagire con le installazioni, scattandosi foto e arricchendo con creatività e fantasia le opere in esposizione. Un percorso con vere e proprie sale posa, ideale per trascorrere una giornata all’insegna del divertimento e della leggerezza. 

I due fondatori, Nils Pepe e Petra Scharinger, due giovani economisti, affermano che l’obiettivo del loro progetto sia quello di avvicinare i giovani all’arte e spingerli a visitare i musei e, nel loro caso, a interagire con l’opera d’arte, sperimentandola e vivendola in un modo differente dal solito.

A poco più di un mese dalla sua chiusura (il museo chiuderà a fine marzo, per poi forse riaprire in un’altra città) ho provato a tirare le somme di questo progetto anticonformista.

Alla luce delle affermazioni dei due founders, una domanda sorge spontanea: “Per quale motivo un ragazzo, dopo aver goduto della sua esperienza al No Filter Museum, dovrebbe essere magicamente invogliato a visitarne altri, che propongono un’esperienza totalmente diversa?” 

Non c’è dubbio che questa alternativa al museo classico sia interessante e presenti un’offerta esperienziale di valore e coinvolgente, ma non stiamo forse parlando di due mondi diversi? Credo che si dovrebbe fare una riflessione più approfondita sul percorso immaginato per l’utente. Per rispondere allo scopo ultimo di Nils e Petra, il loro museo dovrebbe immaginare un’ulteriore integrazione con il mondo offline, un ponte che permetta a chi visita il loro spazio di raggiungere un altro tipo di museo, colmando il gap che li divide.
Le due realtà, infatti, rispondono a bisogni molto differenti, generalizzando potremmo dire che nel primo caso (quello del No Filter Museum) il visitatore tipo si recherà al museo per curiosità, per trascorrere una giornata all’insegna del divertimento. In Italia un esempio simile al caso viennese è la Beautiful Gallery di Bologna, visitata perlopiù a scopo ludico. Invece, nel secondo caso, potremo recarci ad un Mart, o ad un MAMbo per un bisogno che si può approssimare allo svago, ma è più vicino ad un bisogno culturale che si protrae nel lungo termine, piuttosto che a un divertimento fine a se stesso.

Ciò che sembra mancare, quindi, è un collegamento tra i due tipi di esperienza; qualcosa che possa unire l’appagamento dato dalla visita al museo del selfie con la volontà di scoprire di più, di conoscere e nutrirsi di altre prospettive artistiche.

Rimangono quindi alcune domande senza risposta: è questo il museo del futuro, quello di cui abbiamo bisogno? L’errore dei due fondatori sta nell’obiettivo troppo ambizioso o nel non essere stati in grado di costruire un ponte reale tra le due forme cultura così differenti tra loro?