di Federica del Medico


Dalla sharing mobility all’economia circolare, dalle manifestazioni organizzate per conto di Fridays for future all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile stilata dall’ONU, è possibile affermare che in ambito green l’uomo stia sperimentando davvero un approccio innovativo nei confronti del pianeta che lo ospita. Un dato particolarmente interessante in tal senso è costituito dalla pratica dell’upcycling: anche se probabilmente non ne avrete mai sentito parlare a livello teorico, senza dubbio avrete assistito ai suoi risvolti pratici. Vediamo meglio di che cosa si tratta.

Con il termine upcycling ci si riferisce a quel processo di trasformazione di un oggetto, oramai destinato ad essere gettato, in un nuovo oggetto di valore superiore rispetto a quello originario: nella lingua italiana, è possibile tradurre tale pratica con il termine ‘riutilizzo’ o ‘riuso’ creativo. Gli elementi che differenziano tale processo dalla pratica del recycling sono vari: da un lato, il riciclaggio risulta spesso più costoso in termini di denaro ed energia, dall’altro, esso trasforma completamente la forma del bene in questione – mentre invece, attraverso la pratica dell’upcycling, l’oggetto non subisce ampie trasformazioni nel suo aspetto. Tuttavia, la principale caratteristica che differenzia il riuso creativo dal riciclaggio e, al contempo, lo rende maggiormente intrigante dal punto di vista della sostenibilità e della lotta allo spreco è senza alcun dubbio il fatto che, come precedentemente esplicato, il valore e la qualità che il nuovo oggetto acquista sono superiori rispetto a quelli del suo antecedente. Gettando uno sguardo sul passato, è possibile notare come un esperimento in questa direzione fosse già stato compiuto negli anni ’60, quando la Heineken si era rivolta all’architetto olandese John Habraken affinché disegnasse una bottiglia di vetro rettangolare che, una volta bevuta, avrebbe potuto servire come mattonella da costruzione: nasceva così la Heineken WOBO (World Bottle), il cui progetto tuttavia, a dispetto dell’intuizione a dir poco geniale, non ha successo.  Il termine ‘upcycling’ è accreditato nel suo uso solamente a metà degli anni ’90, in una fase storica di aumentata sensibilità verso l’ambientalismo e l’ecologismo: è infatti il 1994 quando l’ingegnere meccanico Reiner Pilz (che da alcuni anni si interessava a dare una nuova vita a materiali edili di scarto, riadattandoli a oggetti d’interior design) ne parla durante un’intervista con il giornalista Thornton Kay per la rivista di architettura Salvo. Il concetto viene poi ripreso alcuni anni dopo da William McDonough, architetto americano, e Michael Braungart, chimico tedesco, attraverso il libro Cradle to Cradle (2002), con cui presentano un modello di integrazione fra la scienza e il design in grado, da una parte, di apportare benefici alla società attraverso il sistema dell’economia circolare e, dall’altro, di sopprimere il concetto di spreco. Dal design all’edilizia, dalla moda all’arte, sono numerosi i campi in cui l’upcycling trova applicazione nella sua forma pratica: è così infatti che una cassetta della frutta o una vecchia scala di legno appoggiata al muro, con un po’ di creatività, divengono una libreria, mentre il cestello della lavatrice ormai in disuso si trasforma nella base di un innovativo tavolino da caffè. Altri esempi possono essere una lampadina o un set di bottiglie di vino che prendono nuova vita mutando in eleganti porta-fiori, una ruota a raggi di una bicicletta che viene convertita in un orologio a muro, un cesto per i giornali che, capovolto, diviene un paralume. Tramite lievi accorgimenti e un po’ di fantasia, è davvero possibile dare nuova linfa a oggetti e prodotti industriali che, fino a poco tempo prima, sembravano essere destinati a essere gettati: nel giro di pochi anni, potrà veramente vedersi realizzato il sogno di Freddy Heineken e John Habraken? Il dibattito rimane aperto.