di Alessandra Migliore


Periodi come quello che l’Italia sta vivendo in questo momento – vedi coronavirus e suo indotto – hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica alcune tematiche di cui da anni si sente parlare ma che il filtro di indifferenza misto ad atavica resistenza al cambiamento ha costretto ad una posizione di secondaria importanza.

Se Bloomberg associa al Coronavirus il più grande esperimento forzato di smart working, noi di nostro canto abbiamo deciso di fare un po’ di chiarezza su quali siano le attuali evoluzioni nei modi e nei luoghi del lavoro.

Le equazioni che l’informazione standard riporta equiparano lo smart working al lavorare da casa e definiscono lo spazio di coworking cool e flessibile. Noi pensiamo che la rivoluzione culturale che sta dietro il concetto di smart working o ai nuovi spazi come quelli di coworking (per citarne una tipologia tra quelle più diffuse) sia molto più di impatto di quanto si creda e pensiamo che interessi tutti noi.

I dati condivisi da Jones Lang LaSalle mostrano come il 54% del campione internazionale da loro analizzato lavori da casa almeno una volta al mese, mentre il 34% lavora da caffè, librerie pubbliche o co-working spaces almeno una volta al mese. Qui si inserisce il dato generazionale: tra questi il 47% sono under-35.

Partiamo da un concetto fondamentale: i millennial di oggi sono la nuova forza lavoro e quindi è a loro che devono rivolgersi le politiche sul lavoro. L’organizzazione (smart o no) e il luogo di lavoro (collaborativo o no) sono le due variabili fondamentali riguardanti il benessere lavorativo. Queste due variabili rientrano insieme nel concetto di lavoro agile: un insieme di nuove visioni, organizzazioni, processi, nuovi rapporti gerarchici, flessibilità di orari e relazioni, nuovi spazi e arredi, in cui la dotazione tecnologica e la digitalizzazione rappresentano il fattore abilitante.

Lo Smart Working rientra nel lavoro agile in quanto modello organizzativo in grado di portare notevoli vantaggi alle organizzazioni che lo adottano in termini di produttività, di raggiungimento degli obiettivi, ma anche in termini di qualità della vita del lavoratore. Lo smart working è stato regolamentato dalla legge italiana il 13 giugno 2017. L’ordinamento italiano lo definisce:

“una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa”.

Ci focalizziamo sulle parole chiave di questa definizione:

  • Accordo tra le parti. Manager e dipendente devono definire le esigenze insieme in base a due variabili fondamentali: da un lato il tipo di attività da svolgere, dall’altro le preferenze personali. Ciò significa garantire la libertà di lavorare in ufficio se il proprio ruolo o le caratteristiche del luogo danno delle esternalità fisiche, organizzative e sociali che a casa o in altri luoghi non si avrebbero.
  • Organizzazione per obiettivi. Qui la rivoluzione copernicana: non più il controllo del manager sul processo ma sul risultato, scomponendo le attività in microprogetti. Il benessere e la creatività dei lavoratori dipendono fortemente dalla cultura organizzativa. Un articolo pubblicato dall’irriverente blog di Corporate Rebels ci racconta che ciò che impatta maggiormente l’engagement dei dipendenti è la struttura organizzativa (politiche di smart working, scelta dei team di lavoro) e non la cultura e i valori aziendali (posto ovviamente che il lavorare in team comprenda la diversità e un alto livello di interazione).
  • Flessibilità di spazi e tempi di lavoro. Si relaziona al primo punto: la flessibilità nasce da un accordo tra datore di lavoro e lavoratore. Le possibilità di nuovi luoghi di lavoro diventano infinite – casa, treno, coworking, bar – immergendoci nella politica del working from anywhere (WFA). Il valore aggiunto dell’ufficio è e dovrebbe essere la socialità e la creatività nella condivisione di nuove idee (non solo lavorative). È per questo che i millennial lavorano da bar, librerie e coworking: cercano quel tipo di condivisione “altra” e di valore aggiunto.
  • Strumenti tecnologici: vera conditio sine qua non per la riuscita dell’accordo di smart working (e non stiamo parlando solo di Skype). Pensate al livello di innovazione tecnologica di pubbliche amministrazioni, organizzazioni non-profit, musei ed enti del turismo: la narrazione contemporanea ci racconta di un’epoca in cui per i millennial il luogo di lavoro è rappresentato solo da un computer portatile, ma in quanti luoghi di lavoro questo può veramente succedere?

Nella rivoluzione del mondo del lavoro che stiamo vivendo, i nuovi modelli organizzativi smart e i nuovi luoghi di lavoro rappresentano uno strumento e un’opportunità, ma bisogna saperli usare ed essere consapevoli delle loro potenzialità. Non basta lavorare da casa e poi non avere gli strumenti tecnologici per portare avanti un adeguato lavoro in team, non basta lavorare da un coworking e aspettarsi immediato networking e approccio creativo senza un cambiamento culturale.

Speriamo che del Coronavirus ci rimangano queste lezioni.