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31/10/2018

pARTEcipare, quando l’esperienza museale diventa interattiva

di Arianna Meregalli


Recentemente mi è capitato di visitare la Tate Modern di Londra che, oltre ad essere un museo architettonicamente stupefacente e contenente opere incredibili, mi ha colpita per un fatto curioso, o meglio, con delle domande curiose. A lato di diverse opere, ho trovato non solo i comuni cartellini esplicativi, ma anche dei cartellini contenenti domande rivolte tanto a me quanto a chiunque si fosse soffermato a leggerle interessato. Questo progetto fa parte del programma Tate Exchange che offre ai visitatori uno spazio per confrontarsi e ragionare sulle opere d’arte di cui si ha avuto esperienza. Per un intero anno, il museo insieme al suo pubblico si impegna a ragionare su di un tema, quello scelto attualmente è “Production”, attorno al quale sono formulate le domande.

Questa tipo di partecipazione attiva volta a generare formazione ed educazione è una delle nuove frontiere a cui guardano i musei. Nel caso della Tate, al visitatore non vengono più fornite soltanto informazioni, ma vengono poste anche delle domande per aiutarlo a riflettere: l’obiettivo è innescare una riflessione critica, ragionata e consapevole.

Un visitatore che entra in un museo non è vuoto perché ha già conoscenze ed esperienze pregresse. Un museo non deve quindi tentare di colmare incredibili lacune riempiendo il visitatore di informazioni come fosse un tacchino per il Giorno del Ringraziamento, ma accettare che il pubblico arrivi con proprie conoscenze e imparare a sfruttarle per innescare nuovi meccanismi. Per rimanere in ambito culinario, il museo dovrebbe svolgere la funzione di lievito: un ingrediente che rappresenta una piccolissima parte da aggiungere all’impasto, ma che permette una crescita esponenziale!

Un’altra tipologia di coinvolgimento dei visitatori è il cosiddetto “Edutainment”, termine coniato  negli anni ‘70 da Bob Heyman, che deriva da una crasi di due termini inglesi: education & entertainment. Questa teoria parte dal presupposto che è possibile, e anzi più efficace, educare tramite il divertimento, e quindi la mediazione del museo deve essere ripensata, a volte anche con l’utilizzo di nuove tecnologie o strumenti digitali.  

Questo concetto spesso manca all’interno del vocabolario sia scolastico che museale in Italia, dove purtroppo generalmente prevale una concezione di apprendimento unidirezionale. Infatti, leggendo la definizione di museo all’interno del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, si nota che per museo si intende “una struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio”. Al contrario, all’interno della definizione dell’ICOM (International Council of Museums) un museo è “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, istruzione e diletto”. Si noti l’aggiunta dell’elemento del “diletto” come finalità, un termine assente invece nel panorama legislativo italiano.

In realtà, nonostante le definizioni, anche in Italia ci sono esempi di organizzazioni culturali che adottano questo nuovo modo di comunicazione con il proprio pubblico. Ad esempio, attraverso la nuova esperienza Viaggio nei Foria Roma, è possibile svolgere la visita serale accompagnati dalla voce di Alberto Angela mentre filmati e proiezioni permettono di vedere i Fori come si presentavano all’epoca romana; oppure nel caso di Take me, I’m Yours, la mostra svoltasi presso l’Hangar Bicocca a Milano, gli spettatori erano chiamati ad interagire con le opere d’arte e a farle letteralmente proprie portandole a casa dopo la visita. Inoltre, esistono anche dei casi limite, molto interessanti, in cui è il pubblico stesso a creare l’opera d’arte, una compartecipazione che evolve fino alla co-creazione con il pubblico.

Queste molteplici tipologie di coinvolgimento nascono con intenzioni positive, ma bisogna prestare particolare attenzione a non eccedere nel loro utilizzo né a perdere il contatto, a mio parere ancora assolutamente essenziale, con l’opera d’arte. Questo nuovo tipo di partecipazione deve comunque essere funzionale a educare il pubblico e comunicare il museo e le opere in esso contenute. In un modo più efficace.

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