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16/11/2018

Quando da una sconfitta si trae il meglio. Andrea Visconti, ideatore di Sinba, racconta luci e ombre della sua esperienza da startupper.

di Erika Novellini


Fondata nel dicembre del 2013 da Andrea Visconti e Alessandro Bava, Sinba era la start-up di mobile payment grazie alla quale era possibile effettuare pagamenti tramite app riducendo il tempo di attesa in cassa. Purtroppo però, nonostante il successo riscosso inizialmente, nell’ottobre del 2017 Sinba è stata costretta a chiudere. Ma la reazione di Andrea Visconti si è rivelata a dir poco sorprendente…

Per cominciare, vorremmo chiederti come sei riuscito a portare Sinba al successo iniziale. Hai incontrato qualche difficoltà oppure è andato subito tutto per il verso giusto?
Nel mio caso parlerei di successo principalmente a livello mediatico. La nostra strategia iniziale consisteva nel farsi conoscere e perciò avevamo deciso, tra le altre cose, di partecipare a Shark Tank, il business talent di Italia1. Così siamo riusciti ad attirare l’attenzione generale ma, benché il nostro prodotto fosse finito, non è mai riuscito ad arrivare sul mercato. L’idea è stata apprezzata fin da subito perché il servizio proposto rispondeva a un bisogno autentico, cioè dare più tempo alle persone, l’unica risorsa che non si può comprare. Ma nell’attuazione sono emerse subito delle difficoltà come conquistare la fiducia dei clienti e formare il team. La primissima difficoltà è derivata dal fatto che quando ho incontrato per la prima volta Alessandro, che è poi diventato il mio socio, non volevamo portare avanti la stessa idea. Così all’inizio abbiamo lavorato parallelamente ognuno alla propria idea e questo ha portato via tempo ed energie. Una volta decisa l’idea su cui concentrarci abbiamo poi dovuto completare il team, ricerca che si è rivelata lunga e piena di imprevisti. La difficoltà più grande in assoluto però è stata reperire i finanziamenti, soprattutto perché quelli di Shark Tank non sono arrivati in tempo e quelli che abbiamo raccolto grazie a un business angel non sono bastati a convincere il nostro primo cliente.

L’idea di Sinba rispondeva a un bisogno reale. Cos’ha portato allora al fallimento del progetto?
L’idea era effettivamente molto utile e continuavamo a ricevere feedback positivi da persone interessate. Non vedendola concretizzarsi c’è stato qualche momento di sconforto in cui abbiamo iniziato a chiederci se risparmiare tempo fosse effettivamente un bisogno comune oppure solo una nostra esigenza. Il vero problema invece è che non siamo mai riusciti a concludere le trattative e a fare arrivare il prodotto sul mercato, quindi alla fine abbiamo terminato la benzina.

Come e quando hai capito che Sinba avrebbe chiuso?
L’avevo già capito da un po’, ma ho cercato di tentarle tutte fino all’ultimo per non avere rimpianti. So per certo di aver fatto tutto il possibile. Con il senno di poi, forse se avessimo chiuso prima saremmo arrivati meno con l’acqua alla gola, anche dal punto di vista economico. Tutti ci dicevano che eravamo fenomenali e che ci avrebbero finanziato, ma alla fine si sono rivelate tante parole e pochi fatti.

Veniamo ora alla tua reazione. Hai raccontato la tua esperienza di fallimento tramite un video che è diventato subito virale, reinterpretando il significato della parola “successo” e usando uno stile di narrazione molto originale. Come sei riuscito a reagire in modo così positivo?
All’epoca tenevo un blog in cui ho sempre affermato un principio in cui credo fermamente: falliscono i progetti e non le persone. Certo, ho avuto bisogno di tempo per metabolizzare la sconfitta e ho dovuto lavorare molto su di me, ma il risultato è stato molto positivo e si è concretizzato nell’ideazione di una fiaba. La metafora dei marinai che si spostano da un’isola all’altra per rifornirsi di viveri e continuare il loro lungo viaggio per arrivare dall’altra parte del mondo descriveva perfettamente il nostro percorso. Ho pensato di scrivere una fiaba principalmente per rispondere all’esigenza di raccontare quest’esperienza ai miei figli, una storia di vita vissuta che non tralasciasse i sentimenti. Non pensavo potesse avere così tanto successo, è stata una sorpresa per me! Le persone hanno guardato il video e hanno iniziato a scrivermi per raccontarmi le loro esperienze. La mia non è stata una passeggiata, ma ci sono state storie ben più complicate della mia che mi hanno colpito molto. Molti dopo un fallimento spariscono e si vergognano ad ammettere di aver fallito, io invece volevo parlarne pubblicamente e farlo accettare come una cosa normale. Raccontare la mia storia tramite un format tanto semplice quanto immediato ha aiutato molti a uscire allo scoperto. E se è servito a rompere un po’ il tabù del fallimento bene, ne sono felice, ma sono consapevole che sia una goccia nell’oceano.
In realtà sono anche stato criticato per questa idea, venendo accusato di voler fare passare il messaggio che “fallire è bello”, ma il mio intento non era assolutamente questo. Volevo incitare una reazione positiva alle difficoltà più che concentrarmi sulla spiegazione del concetto di fallimento.

Secondo te, come ci si rapporta al fallimento in Italia?
In italia, come accennavo prima, il fallimento è ancora un po’ un tabù. Per dare l’idea, a livello legale fino a poco tempo fa esisteva un registro dei falliti a cui era addirittura tolto il diritto di voto. Secondo me, si fa ancora fatica a scollegare la persona dal progetto che fallisce.

Cosa fai oggi? In futuro fonderesti una nuova start-up?
Oggi sono direttore generale in un’azienda di Torino che si occupa di fidelity payment. Cambiano i clienti (quelli di Sinba erano le GDO, ora sono piccoli retailer), ma sono rimasto nel mobile payment anche grazie a tutto quello che ho imparato con Sinba. Qui ho fatto esperienze che in Sinba non ero arrivato a fare, ma nel futuro prossimo mi piacerebbe lavorare in una realtà più consolidata, vale a dire non in fase di lancio o di crescita iniziale, per poter conoscere delle dinamiche che ancora non ho avuto modo di affrontare e imparare a gestire anche quella fase di vita di un’azienda. A dirla tutta, sto anche iniziando una nuova startup il cui obiettivo sarà quello di creare delle video fiabe per arrivare a trasmettere dei valori che magari ci siamo un po’ dimenticati e fornire uno strumento a quei genitori che hanno a cuore l’educazione dei propri figli. Anche per poter costruire su basi più solide questo nuovo progetto, ho bisogno che dall’altra parte ci sia un lavoro più stabile.

Cos’hai imparato da questa esperienza? Che consigli puoi dare ai giovani che decidono di avventurarsi nel mondo delle start-up?
Da questa esperienza ho imparato che da una sconfitta possono nascere sempre nuove possibilità. Per esempio, grazie all’idea della video-fiaba sono stato intervistato da diverse testate e ho dovuto addirittura dire di no a molte proposte, cosa non facile per me. Se sei stato sconfitto una volta non significa che tu non possa ripartire. Bisogna cercare di scollegare la felicità dal successo di un progetto. È una tentazione che abbiamo tutti, ma la realtà è più creativa di noi.
L’unico consiglio che mi sento di poter dare è di fare attenzione a chi dà consigli. Ascoltarli va bene, ma bisogna sempre tener conto di chi parla: sono utili se si tratta del feedback del tuo target, potrebbero essere deleteri se il target è quello sbagliato. Meglio non permettere mai ai consigli di fare danni!

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