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11/01/2019

Uno sguardo alle nuove generazioni nei musei d’arte: intervista a Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo

di Sofia Baroncini


Responsabile dell’Area Arte Moderna e Contemporanea dell’Istituzione Bologna Musei a partire da luglio 2017, Lorenzo Balbi è un giovane direttore che si propone di rivoluzionare la percezione del museo contemporaneo rendendolo un centro culturale aperto alla comunità. Grazie all’esperienza decennale di curatore alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, ha approfondito il campo della stringente contemporaneità dell’arte proponendo una particolare attenzione ai giovani artisti anche nell’istituzione bolognese come punto di partenza per ravvivare la vita culturale della città. Ne è esempio That’s IT!, mostra allestita al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna che ha presentato opere inedite di 56 giovani artisti italiani.

In seguito ad una formazione tenuta al team di Culturit Bologna, Lorenzo Balbi ha risposto ad alcune domande sul suo ruolo ed operato.

Un anno e mezzo fa ha presentato al colloquio d’ammissione il progetto di dare spazio ai giovani artisti ed aprire il museo alla vita della collettività. Quali sono e sono state le azioni per attuare ciò?
Per dare l’idea di un’istituzione aperta alla comunità che non si limiti alla progettazione artistica la prima azione è stata l’apertura del MAMbo fino alle 22:00 tutti i giovedì sera. Credo che questo permetta di esportare l’idea di museo come centro culturale, organizzando eventi di tipologia differente, dalla conferenza alla presentazione di libri a momenti performativi, in modo tale che il visitatore sia incentivato a tornare al museo sapendo di trovarvi ogni volta qualcosa di nuovo. Quello che vorrei è che si diffondesse questo tipo di percezione sull’identità del museo: interdisciplinare, aperta sia concettualmente alle contaminazioni tra le arti, sia dal punto di vista visivo alle strade cittadine.

Queste iniziative stanno dando risultati?
Per adesso ho avuto riscontri positivi: alcuni visitatori mi hanno detto che non riescono a “starci dietro” per la quantità di eventi che proponiamo. Penso che si inizi a percepire questa nuova idea di museo come luogo vivo e di aggregazione, centro di una comunità, sia da parte dei cittadini che degli artisti. Parlando di numeri, la prima mostra allestita, That’s IT!, ha dato buoni risultati chiudendo con quasi 22.000 visitatori: un numero importante considerando che erano esposte opere di giovani artisti italiani.

Premettendo che le mostre di artisti affermati comportano l’affluenza certa di pubblico, perché ha ritenuto preferibile investire sui giovani con la mostra That’s IT!? Qual è la forza di questa scelta?
Ci sono due motivazioni. La prima, fortemente biografica, è che mi sono occupato di questo negli ultimi anni: sono artisti con cui ho lavorato fino ad oggi, della mia generazione. È proprio il progetto con cui volevo iniziare il mio lavoro come direttore artistico, che ho proposto come progetto al colloquio e che ho mantenuto. Ho voluto mandare un messaggio forte: aspettarsi da questa direzione artistica mostre su artisti giovani, con un’attenzione particolare all’arte italiana, in cui chiediamo agli artisti di proporre nuovi lavori attenti alla stringente contemporaneità e alla sperimentazione in ambito artistico.
Il secondo motivo è che sono convinto che questo progetto si inserisca perfettamente nella storia di questa istituzione. La Galleria d’Arte Moderna di Bologna, poi MAMbo, è stata un museo di riferimento in termini di promozione dell’arte italiana: basti pensare a Spazio Aperto, rassegna di mostre coordinata da Dede Auregli che ha ospitato gli artisti italiani della generazione precedente a questa. Oppure all’inaugurazione di Focus on Contemporary Italian Art, una sezione della collezione permanente dedicata all’arte emergente italiana inaugurata da Gianfranco Maraniello al momento dell’istituzione del MAMbo.

Ha trovato difficoltà nel misurarsi con la situazione attuale dei musei, che sempre più spesso scendono a compromesso con i fondi a disposizione?
Quello che mi viene chiesto dall’Istituzione Bologna Musei è pensare a come sia possibile raggiungere gli obiettivi a prescindere dalla disponibilità economica, che si può integrare successivamente con altri fondi, provenienti da bandi o sponsorizzazioni: mettendo in primo piano l’aspetto economico dovrei limitare tantissimo la progettualità artistica.
Procedere in questo modo è molto impegnativo, ma possibile grazie allo staff e alla capacità di attrarre fondi al di là di quelli base che abbiamo a disposizione; penso quindi di proseguire su questa strada. Sicuramente That’s IT! ha messo a durissima prova tutto lo staff: è una mostra non solo con tanti artisti (65 persone tra artisti e collettivi) ma anche con opere non scelte a priori. Ho chiesto agli artisti di realizzare un’opera che li rappresentasse nel contesto di una mostra dedicata agli artisti italiani nati dopo gli anni ’80, con un concetto di apertura e definizione degli spazi. Questo metodo ha reso poi difficile stabilire una strategia espositiva e la documentazione che un’istituzione di questa importanza richiede. In sintesi, abbiamo fatto tutto ciò che avevamo intenzione di fare, nei limiti del possibile.

Data l’esperienza precedente alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, quali sono le principali differenze che ha percepito tra il ruolo e le opportunità di una fondazione e di un’istituzione museale?
Le differenze sono poche, dato che il metodo di lavoro e le dinamiche produttive in un centro per l’arte contemporanea sono molto simili. Certo un direttore deve modellare la propria proposta progettuale in base all’istituzione in cui si trova ad agire. Cambiano invece alcune finalità: mentre il museo pubblico si deve imporre come punto di riferimento per un territorio per quanto riguarda la ricerca, l’attività formativa, la didattica museale e l’accessibilità, alle fondazioni interessano maggiormente il posizionamento e la visibilità all’interno del sistema dell’arte globale.  

Quali invece le differenze di clima culturale tra Torino e Bologna?
Queste due città sono molto diverse: Torino è una città tre volte più grande di Bologna, di impianto barocco, borghese, filo-francese, di stampo industriale, ricca di istituzioni. Bologna è una città più piccola, medievale, di stampo universitario, con poche istituzioni che collaborano tra loro spesso in sinergia con i privati. A Torino c’è un’altra mancanza: benché sia stata la culla dell’arte povera, all’università l’arte contemporanea viene trattata solo marginalmente e c’è una notevole distanza tra il mondo accademico e quello dei numerosi musei e istituzioni di arte contemporanea. A Bologna invece le istituzioni e la cittadinanza sono più ricettive nei confronti del contemporaneo: basti pensare alla Settimana internazionale della Performance che negli anni ’70 richiamava già moltissime persone. Ne è un esempio la performance di Vadim Zakharov, artista russo, evento speciale di ArtCity 2018: da 80 spettatori a replica abbiamo dovuto allargare a 250, e, anche aumentando il numero di rappresentazioni, i posti sono andati esauriti in poche ore.

A distanza di un anno quali sono i traguardi raggiunti e quali gli obiettivi futuri?
Il percorso che ho cercato di avviare è solo all’inizio, e per questo non è possibile parlare di traguardi che si vedranno solo dopo anni di lavoro in questa direzione. Per quanto riguarda gli obiettivi futuri ce ne sono diversi. Vorrei avviare un progetto formativo in collaborazione con l’università, riportare le ciminiere della sala espositiva allo stato originario di ferro e mattoni, eliminando l’intonaco bianco che le nasconde. Un altro obiettivo fondamentale che ritengo perfettamente in linea con il ruolo del museo è adoperarsi per la creazione di una comunità artistica non solo strettamente bolognese attraverso la realizzazione dei “MAMbo studios”, luoghi che gli artisti possano utilizzare come studio accedendovi tramite bando.

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