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23/11/2018

Un’oculata strategia di diplomazia culturale

di Sara Coppola


Diplomazia culturale: un’espressione evocativa ma dal significato sfuggente data la sua vastità e complessità concettuale. Oggigiorno, il mondo accademico non ha ancora trovato una definizione operativa che sintetizzi tutte le relative scuole di pensiero. Nonostante ciò, è possibile introdurre questo concetto facendo riferimento a quello che alcuni studiosi hanno detto sull’argomento.

Il politologo statunitense Joseph Nye è stato tra i primi a parlare di Soft Power nel suo libro “Is the US destined to lead the world? The change of the US power property”, pubblicato nel 1990. L’espressione Soft Power è definita dallo studioso come l’abilità “di influenzare il comportamento degli altri per ottenere ciò che si vuole” tramite tre mezzi fondamentali: la cultura, i valori e le istituzioni della politica. La diplomazia culturale, dunque, viene definita da Nye come una delle declinazioni del Soft Power dalla valenza strettamente politica, poiché un governo o uno Stato potrebbe farne coscienziosamente uso per ottenere uno scopo non strettamente “culturale”. Diversamente, il connazionale Milton C. Cummings ha fornito una definizione di Diplomazia Culturale scevra da qualsiasi connotazione politica, qualificandola come “lo scambio di idee, informazioni, arte e altri aspetti della cultura tra le nazioni e i loro cittadini, con lo scopo di favorire la comprensione reciproca”. Queste sono solo due delle innumerevoli definizioni date dagli studiosi, ma ciò che è importante sottolineare è come le dispute accademiche dimostrino che la realtà non è monocromatica, poiché è nelle sfumature che si cela la realtà delle cose.

Per esplicare meglio questo concetto, può dunque esser utile fare riferimento a un caso pratico della realtà odierna, e quale migliore esempio della Cina? Uno Stato che negli ultimi anni si è affermato come uno degli attori più importanti sulla scena globale economica e politica, e non solo. La Cina è una nazione che storicamente non ha avuto contatti frequenti con l’Occidente per via sia della sua posizione geografica ai limiti del continente asiatico, sia per scelte politiche e strategiche di stampo isolazionista. Se è ben noto il cammino verso l’industrializzazione da essa intrapreso dalla metà del secolo scorso, che l’ha portata a una progressiva apertura verso Europa e Stati Uniti, ciò che non è altrettanto evidente è il ruolo destinato alla cultura in questo processo. Infatti, la strategia di politica estera intrapresa negli ultimi decenni dal governo cinese vede nella diplomazia culturale uno strumento fondamentale per riqualificare l’immagine della nazione agli occhi del mondo. Uno degli scopi è quello di combattere la diffidenza e l’ignoranza delle persone nei confronti della sua cultura, a causa di scarse o “filtrate” informazioni diffuse dai media degli altri paesi.

Nel tentativo di avvicinarsi alle altre nazioni, la Cina ha fortemente investito nella creazione di Istituti di Cultura, il cui obiettivo è quello di insegnare e diffondere la lingua, le tradizioni e i valori della cultura cinese. Gli Istituti di Cultura sono degli organi periferici del Ministero degli Affari Esteri, volti a diffondere e promuovere la cultura del paese che rappresentano tramite l’organizzazione di eventi culturali (mostre, conferenze, spettacoli teatrali e di danza…) e la creazione di legami con istituzioni ed enti culturali e/o scientifici del luogo dove sono situati, favorendo l’integrazione della comunità straniera con la società del paese ospitante.  Il primo Istituto Confucio venne inaugurato a Seul nel 2004, e nel 2017 se ne contavano 516 in 142 paesi e regioni di tutto il mondo. Uno sforzo e un investimento immenso, non solo in termini culturali, ma anche economici.

Anche se bisogna essere critici e riconoscere che la Cina non è un esempio di virtù sotto ogni aspetto, è interessante e utile notare come il governo cinese abbia intrapreso una strategia di politica estera che fa perno sulla cultura, riconoscendo che il successo di un’iniziativa può nascere anche da qualcosa di intangibile, ma non per questo inconsistente.

Questo semplice esempio dimostra che la cultura può essere vista e dunque sfruttata come strumento politico da parte delle autorità, ma ciò è possibile solo grazie alla sua intrinseca natura. La cultura, infatti, benché fortemente diversificata in tutte le sue manifestazioni materiali e immateriali, è un linguaggio universale e dunque comprensibile a tutti. Tramite la cultura è possibile comprendere il perché delle tradizioni e dei valori di una comunità, ed è grazie a questa comprensione che è possibile creare dei legami che oltrepassano la dimensione socio-culturale, gettando basi solide per unioni politico-economiche. Nazioni che si conoscono l’un l’altra e che stabiliscono un rapporto di fiducia, saranno più propense a realizzare accordi commerciali o alleanze politiche, forgiando legami che affondano le loro radici in un terreno più stabile della moneta.

Fonti:
SOFT POWER IN THE CULTURAL DIPLOMACY
The art of Soft Power – A study of cultural diplomacy at the UN Office of Geneva, King’s College London
China’s Cultural Diplomacy: Strategy, Policy, and Implementation
China’s Cultural Diplomacy: Historical Origin, Modern Methods and Strategic Outcomes

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